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sabato 4 febbraio 2012

Mare al mattino - Margaret Mazzantini -

   A casa più tardi inchioda gli avanzi su un telaio. La pagina di un diario scritto in arabo, la manica di una camicia, il braccio di una bambola.
   E' lavoro senza un significato tangibile. Dettato da quella disperazione senza credito che lo affligge.
   Trascorrerà così gli ulimi giorni di vcanza. Nella rimessa.
   Deve decidersi su cosa fare della sua vita, se sprecarla o farla fruttare in qualche modo.
   Sua madre gli ha detto devi trovare un luogo dentro di te, intorno a te. Un luogo che ti corrisponda almeno in parte.
   Vito non sopporta quando lei fa così. Quando guarda il mare e non parla, sprofonda i pugni nelle tasche del cardigan.
   Lui  semplicemente non è in grado di prendere nessuna decisione, c'ha pensato ma ha scosso la testa. Forse resterà un allocco. Forse non è così intelligente. In ogni caso è lento, ha bisogno di tempo.
   Vito trascina, incolla. Pezzi di quelle fughe interrotte.
   Non sa perché lo fa. Cerca un luogo. Vuole fermare qualcosa. Vite mai arrivate a destinazione.
   Pensa agli occhi di sua madre posati sul mare che continuano a inseguire il filo perso del gomitolo che si avvolge intorno alla sua gola. Da quando è tornata da Tripoli ha cercato solo gioia. S'è messa a cucinare, crostate di fichi, pasta al forno, a sistemare ciuffi di ginetsre nei vasi. Vuole lasciargli dei ricordi. La sensazione di una casa alle spalle dove tornare ad occhi chiusi, solo per respirare.

   Angelina entra e gli chiede perché non è venuto per pranzo. Guarda l'immenso pannello di avanzi marini, legni inchiodati, jeans incollati.
   Guarda quell'esplosione ferma.
   - Ti sei messo a fare l'artista?
   Vito scuote le spalle, ha le mani nere, la colla nei capelli. Si appoggia al muro, vicino alle casse di bottiglie vecchie, si strofina gli occhi con i polsi, da un calcio alla polvere.
   Non lascia avvicinare sua madre, la tiene a distanza nell'ombra. Parla a se stesso.
   Ho fermato un naufragio.
   Vito ha raccolto la memoria. Di una tanica blu, di una scarpa.
   Qualcuno ne avrà bisogno un giorno. Un giorno, un negro italiano avrà voglia di guardare indietro il mare dei suoi antenati e di trovare qualcosa. La traccia di un passaggio. Come un ponte sospeso.
   Angelina non può voltarsi a guardare suo figlio, davvero si vergogna. Sarebbe come spiarlo mentre fa l'amore.
   Si avvicina al grande panello azzurro.
   Tocca quelle povere cose incrostate, reliquie marine. Lavate dal sale. Quel naufragio scolpito nel suo capanno degli attrezi. Fa impressione, è come un sito archeologico intatto. Un mondo salvato.
   Angelina guarda il mare di suo figlio. Quello che ha scelto della spiaggia, della storia. Uno spazio interiore nella risacca del mondo.
   Guarda il sacchetto di cuoio inchiodato al centro.
   Sa che è un portafortuna. Che le madri del Sahara li preparano di notte sotto la veglia delle stelle, li mettono al collo dei bambini per scacciare gli occhi cattivi della morte.
   Accosta la testa, strofina il naso come un animale. Sente il rumore del mare, così simile a quello del sangue.
Finito di leggere a febbraio 2012

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