Si faceva sera. Dovetti aspettare in un ampio salone con tre finestre alte da terra al soffitto che parevano tre colonne luminose e drappeggiate. Le gambe e gli schienali torniti dei mobili risplendevano in curve distinte. Il grande camino di marmo era di una bianchezza fredda e monumentale. Un pianoforte a coda si allungava massiccio in un angolo, con oscuri riflessi sulle superfici lisce come un tetro sarcofago levigato. Si aprì una lunga porta, si richiuse. Mi alzai.
Venne avanti, vestita di nero, pallida, fluttuante verso di me alla luce del crepuscolo. Era in lutto. Era passato più di un anno dalla morte di lui, più di un anno dalla notizia della sua morte, ma lei sembrava dovesse ricordarlo e piangerlo per sempre. Prese le mie mani fra le sue e mormorò: "Avevo sentito dire che sarebbe venuto". Notai che non era tanto giovane, voglio dire che non aveva niente della ragazzina. Dell'età matura aveva la capacità di essere fedele, di credere, di soffrire. Sembrava che la stanza fosse diventata più buia, come se tutta la triste luce di quella sera nuvolosa si fosse rifugiata sulla sua fronte. Quei capelli biondi, quel pallido viso, quella fronte pura, sembravano contornati da un alone cinereo da cui mi guardavano due occhi scuri. Lo sguardo era innocente, profondo, fiducioso e aperto. Portava la sua immagine di dolore come se fosse fiera di quel dolore, quasi volesse dire: io, io sola so piangerlo come lui merita. Ma mentre ci stringevamo ancora le mani, sul suo volto passò un espressione di una tale desolazione che capii che lei non era una di quelle creature di cui il tempo si fa gioco. Per lei era come se lui fosse morto ieri. E per Giove!, l'impressione fu così forte che anche a me parve che lui fosse morto ieri, cosa dico?, in quel momento stesso. Vidi l'uno e l'altro nello stesso istante - la morte di lui e il dolore di lei - vidi quale era stato il dolore di lei nel momento stesso della morte di lui. Mi capite? Li vidi insieme, li udii insieme. Lei mi aveva detto, con un profondo singhiozzo nella voce: "Sono sopravvissuta", mentre alle mie orecchie tese sembrava di udire distintamente, mescolato al tono di disperato rimpianto di lei, il sussurro della resa dei conti dell'eterna condanna di lui. Mi chiesi cosa ci stessi a fare là, con un senso di panico nel cuore come se mi fossi smarrito in un luogo di misteri assurdi e crudeli, proibito ai mortali. Mi portò verso una sedia e ci sedemmo. Posai delicatamente il pacchetto sul tavolino e lei ci mise la mano sopra... "Lei lo conosceva bene", mormorò dopo un attimo di doloroso silenzio.
Finito di leggere a giugno 2010

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