Era sempre stata la preferita. Me ne accorsi molto presto, quando ero ancora abbastanza piccolo perché i nostri genitori considerassero sufficiente una buona messinscena per dissimulare il loro sentimento sbilanciato. Con lo sguardo si posavano istintivamente su Marianna e soltanto in seguito, come ricordandosi all'improvviso di una mancanza, viravano sul sottoscritto, ricompensandomi con un sorriso più largo del necessario. Non si trattava da parte loro della cieca ubbidienza a un ordine che la natura aveva imposto con le nostre venute al mondo, né tantomeno di pigrizia o disattenzione. E neppure era vero che si accorgevano di Marianna in quanto più alta, come mi raccontai per un periodo. Era la presenza di lei bambina, seduta a tavola con la frangia trattenuta dal cerchietto, nascosta fra la schiuma della vasca, china sulla scrivania nell'ora dei compiti, a stregarli, quasi li cogliesse, ancora e ogni volta, di sorpresa. Sgranavano gli occhi simultaneamente e uno schiocco bianco di soddisfazione e sgomento gli esplodeva al centro delle pupille, lo stesso che dovette accendersi quando assistettero tremanti al miracolo della sua nascita. "Eccola!" esclamavano all'unisono quando lei sopraggiungeva e si piegavano sulle ginocchia per azzerare l'impiccio della statura. Poi, notandomi, concludevano: " e Alessandro", con la voce che s'infiacchiva sull'ultima sillaba. Quanto fu destinato a me, arrivato tre anni più tardi ed estratto da un taglio cesareo d'urgenza - Nini addormentata ed Ernesto che sorvegliava le mosse del collega in sala operatoria -, non era che una replica parziale e sbadata delle attenzioni che mia sorella aveva ricevuto.
Finito di leggere a giugno 2013

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