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giovedì 17 dicembre 2009

Pane e Tempesta - Stefano Benni -

Quando ero giovane, ancora più giovane di te, ogni sera dovevo andare a prendere acqua al pozzo. Ci andavo quando cominciava a fare buio. C'erano cento metri dalla casa al pozzo, ma in quel breve cammino io facevo tantissimi pensieri.
Anzitutto, pensieri paurosi. Perché c'era una leggenda intorno a quel pozzo. Si diceva che tanti anni prima ci fosse caduto dentro un bambino come me. Quando il vento soffiava tra le pareti profonde, si poteva ancora sentire il lamento del bambino che chiamava aiuto.
Anche se c'erano le stelle e la luna a illuminare la strada, camminavo tra ombre e fantasmi. Alberi, uccelli notturni e oggetti che la notte trasformava in sagome e paurosi arabeschi.
Finché giungevo all'orlo del pozzo, attaccavo il secchio alla catena e lo calavo.
Il rumore della carrucola era uno stridulo lamento, un gemito di fatica e pena che non finiva mai, come se il secchio dovesse scendere fino al centro della terra.
Poi il rame colpiva la superficie dell'acqua e udivo un rimbombo cupo, lontano, di un altro mondo.
Il secchio si riempiva e diventava pesante. Una bracciata alla volta, lo dovevo issare.
E mentre aspettavo di vederlo comparire sull'orlo del pozzo, la mia fantasia si accendeva. Non sapevo cosa mi avrebbe portato dall'abisso, quale mostro o portento.
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Poco tempo dopo arrivarono l'acquedotto, i rubinetti, l'acqua calda. Cose bellissime che ho imparato ad apprezzare, e che tu, Alice, forse apprezzi in modo diverso, perché sei nata insieme a loro.
Ma non ho mai dimenticato quei passi di notte, e la magia di quel pozzo, le mie visioni e le mie paure. E il sapore di quell'acqua bevuta in quel mestolo di ferro, e il sorriso di mio padre e mia madre quando rientravo in casa.
Loro non conobebro tutta la mia paura, e io non conobbi mai l'ansia della loro attesa, di tutte le loro attese.
Anch'io ho atteso di notte il ritorno di persone che amavo. Anche tu lo farai.
Ora che sono vecchio, posso dire che ogni giorno della mia vita sono tornato a quel pozzo. L'ho fatto quando la notte era limpida e quando c'erano oscurità e tempesta, nella nebbia e tra i fuochi fatui, solo o con qualcuno al fianco, pieno di paura o cantando. E col passare degli anni, il pozzo mi è sembrato sempre più lontano e il secchio più pesante. Ma oggi come tanti anni fa, questo era il mio compito e la mia faticosa gioia. Era quello che potevo fare. Era l'acqua preziosa per noi tutti.
Nell'acqua che ho portato molti hanno bevuto, si sono lavati le ferite, si sono specchiati e hanno visto un riflesso di luce. E quando ero disperato, ferito e piegato, qualcuno è andato a prendere l'acqua del pozzo per me.
Capisci, Alice? Non perderti mai d'animo, per quanto la notte sia buia e le stelle siano inquiete, vai, anche se sei piccola, col tuo secchio pesante. Il pozzo esiste ancora.
- Lo cercherò - disse Alice.
- Questo è molto importante. Vai con Piombino e portatemi dell'acqua. Ho sete.
- Corro, Nonno Stregone. Ma tu aspettami...
Finito di leggere a dicembre 2009

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